Stirpe

I

Taliyah aveva quasi dimenticato quanto sentisse la mancanza dell'intensa calorosità di Shurima: centinaia di persone grondanti di sudore che spingono, insultano, negoziano e parlano con così tanto fervore e adrenalina che agli occhi degli stranieri sembra stiano combattendo.

In tutti i posti che ha visitato, non ha mai trovato gente così energica e animata come quella della sua terra. Ionia era meravigliosa, e i paesaggi del Freljord ricoperti di ghiaccio erano splendidi ma, non nel momento in cui poggiava i piedi sul pontile di pietra di Bel'zhun, il sole ardente di Shurima scioglieva tutto dalla sua mente.

Il legame che sentiva con il letto di roccia di questa terra era forte e penetrante tanto quanto i tè speziati di Babajan. Sorrideva felice mentre avanzava sul molo, e anche mentre passava sotto la pietra nera di una Noxtoraa si sentiva piena di spirito.

Taliyah non rimase a lungo a Bel'zhun. Le navi da guerra dei noxiani attraccate al porto la rendevano nervosa e le riportavano alla memoria brutti ricordi. Rimase il tempo sufficiente per comprare qualche provvista e origliare tra le bancarelle i pettegolezzi più recenti giunti dal cuore del deserto trasportati dalle carovane dei commercianti. Gran parte di quelle dicerie era discordante e bizzarra; parlavano di visioni di guerrieri della sabbia, bufere e fulmini che illuminavano i cieli sereni e corsi d'acqua in luoghi in cui non c'era acqua da tempi immemori.

Grazie a qualche anima gentile, lasciò Bel'zhun in compagnia di una carovana ben munita, guidata da commercianti di seta originari di Nerimazeth che si dirigevano a sud verso Kenethet. Resistette al movimento tremolante della carovana abbastanza a lungo per raggiungere i mercatini di quella malfamata città ai confini settentrionali del Sai, per poi procedere da sola. Il capo-carovana, una donna di nome Shamara slanciata e dagli occhi neri brillanti, le sconsigliò di viaggiare verso il lontano sud, ma Taliyah la interruppe rispondendole che la sua famiglia aveva bisogno di lei.

Da Kenethet, si diresse verso sud, seguendo il tortuoso arco di quello che la gente chiamava ancora Madre della Vita, un esteso fiume che si diceva nascesse nella capitale dell'antico impero di Shurima. Con nessuno intorno, poteva procedere velocemente, viaggiando usando la roccia come destriero e cavalcandola dalla parte anteriore. Era come se riuscisse a modellare la roccia sotto di lei creando ampie onde che la dirigevano a sud verso Vekaura, una città, a quanto le era stato detto, per metà sepolta nelle sabbie insidiose del Sai.

Shamara le aveva descritto quel luogo come poco più di un piccolo campo tribale, costruito sulle rovine di una città abbandonata; un punto d'incontro per viaggiatori esausti ed erranti. Pur trovandosi ancora a un miglio di distanza, Taliyah capì che la donna si sbagliava; Vekaura era rinata.

Se solo non avesse trovato quella donna in fin di vita.

II

Il mercato della città era colmo di colori e trambusto. L'aria pungente avvolgeva le strade curve ricoperte di tele, tra le urla dei mercanti che vendevano le loro merci e l'odore acre di spezie e carne arrostita. Taliyah camminava tra la folla, ignorando le promesse dei commercianti e le loro suppliche di aiuto per sfamare i propri figli. Sentì una mano afferrarle la veste, tirandola verso una bancarella piena di spiedini di animali del deserto, ma si allontanò.

Centinaia di persone affollavano l'ampia strada che conduceva alle mura distrutte della città. Nuvole di aromi fuoriuscivano dalle pipe fumanti di uomini anziani, seduti sulle soglie come saggi vecchietti. Taliyah vide i tratti distintivi dei Barbae, Zagayah e Yesheje, anche se esistevano dozzine di tribù che lei ignorava. Membri di tribù che prima, quando aveva abbandonato Shurima, si giuravano acerrimi nemici, mentre ora camminavano fianco a fianco come compagni d'armi.

“Sono cambiate molte cose da quando me ne sono andata”, sussurrò tra sé e sé.

Aveva tutto ciò che le serviva, e ora doveva tornare in quella struttura in rovina sul confine a est della città che aveva scelto come riparo. Non voleva trattenersi più del necessario, ma aveva fatto una promessa per tenere in salvo la donna ferita, e sua madre le aveva sempre insegnato che le promesse vanno mantenute. La Grande Tessitrice non aveva una grande opinione di chi non tiene fede alla parola data.

Sulle spalle portava una sacca grezzamente intrecciata piena di cibo: carne essiccata, avena, pane, formaggio e due ghirbe d'acqua. Aveva più del necessario, ma non era tutto per lei. Le cuciture dorate lungo gli orli delle sue vesti erano quasi del tutto scucite, ma sapeva che mancava poco; non aveva modo di saperlo con certezza, ma si sentiva sicura che a ogni passo si stava avvicinando sempre più alle calorose braccia di suo padre e sua madre. A quel punto, non avrebbe avuto bisogno di orli in oro; avrebbe avuto con sé tutto ciò di cui aveva bisogno, proprio lì nella tenda.

Persa tra le gioie che l'avrebbero attesa, Taliyah non si accorse della presenza del grosso uomo, finché non ci sbatté contro. Rimbalzò su quel corpo immobile e cadde a terra supina.

Era come se avesse sbattuto contro una scogliera, non si mosse di un millimetro. Le persone del mercato sembravano conoscerlo molto bene: circolavano intorno a lui come un corso d'acqua che scorre intorno a una roccia. Era ricoperto dalla testa ai piedi di vestiti stracciati che di certo non nascondevano la sua stazza e l'altezza. Teneva in mano un lungo bastone ricoperto di pezzi di stoffa, e la sua grande testa era bendata da stracci. Forse ne aveva bisogno, perché la ragazza notò che le sue gambe erano stranamente incurvate.

“Scusami”, disse guardando in alto, “Non ti ho visto.”

L'uomo abbassò lo sguardo verso di lei, con il viso nascosto nell'ombra di un lungo cappuccio, ma non rispose. Tese la mano; le sue dita erano avvolte da bende come se fosse stato colpito da un'epidemia. Taliyah esitò per un istante, e poi gli offrì la sua mano.

L'uomo la sollevò in alto senza alcuno sforzo e, prima che si rimettesse le mani in tasca, la ragazza notò un barlume dorato sotto i tessuti sbiaditi dei suoi vestiti.

“Grazie” disse Taliyah.

“Dovresti stare attenta a dove metti i piedi, piccoletta” disse, con una voce dal pesante accento e stranamente risonante, come se provenisse da un pozzo senza fondo di tristezza. “Shurima è diventato un posto pericoloso.”

III

Guardò la ragazza correre via per il mercato per poi voltarsi verso le mura distrutte di Vekaura. I blocchi giganteschi arrivavano solo alla sua testa e le parti più alte erano costituite da mattoni seccati al sole dipinti in modo uniforme. Alla gente di Vekaura era sicuramente una vista imponente, ma ai suoi occhi non era altro che una misera riproduzione del progetto originario.

Proseguì a grandi passi attraverso la via d'accesso, guardando in alto la roccia disposta grossolanamente. Un commerciante d'acqua, in piedi in mezzo a un macchinario color ottone dotato di ruote girevoli che erogava acqua torbida in bottiglie di vetro, alzò lo sguardo mentre lo vide passare.

“Acqua? Fresca, direttamente dalla Madre di...” disse il mercante, ma le parole morirono lì alla vista dell'enorme figura davanti a lui.

Sapeva che non doveva fermarsi. Le illeggibili scritte di sangue sui muri della Torre dell'Astrologo lo avevano guidato fin qui, e anche il mago sarebbe stato attirato in questo luogo. A Vekaura, avvertiva la presenza di un Discendente Asceso, uno che avrebbe potuto riportare la loro stirpe alle origini, prima che il vastissimo impero cadesse in rovina. Doveva a tutti i costi trovare quella persona prima del suo nemico, perchè il sangue dell'Antica Shurima era sia unico che potente. Aveva riportato Azir dall'oblio; e, nelle mani sbagliate, poteva segnare la fine della rinata Shurima.

Sì, non doveva fermarsi, ma lo fece.

“Tu vendi tra i fantasmi del passato” disse.

“Fantasmi?” chiese il mercante, con la voce tremolante dalla paura.

“Questa arcata” disse, dando un colpo sull'arco con il suo bastone. Dalle crepe provocate dai passi degli uomini che camminavano sopra le fortificazioni caddero veli di polvere. “È stato costruito dai mastri esiliati della perduta Icathia. Ogni singola pietra è stata intagliata e assemblata con una tale precisione che non fu necessario neanche una colata di malta.”

“Non... non lo sapevo.”

“Voi esseri mortali avete dimenticato il passato e avete creato leggende su ciò che deve essere ricordato.” disse. L'amarezza di secoli persi nel cuore del deserto iniziava minacciosamente a trasformarsi in ira violenta. “Non ho forse costruito la Grande Libreria proprio per proteggere tali ricordi?”

“Ti prego, immenso signore,” disse il commerciante d'acqua, con le spalle poggiate al muro della porta d'ingresso. “Parli di miti di tempi antichi.”

“Quando all'inizio sono venuto qui, le mura erano state innalzate da poco, duecento piedi di lucido marmo, ogni pietra purissima venata d'oro. Mio fratello e io siamo entrati nella città in trionfo, a capo di decine di migliaia di soldati con armature dorate e lance lucidate. Abbiamo marciato attraverso questo ingresso, con la gente della città che esultava.”

Fece un sospiro assordante, e continuò: “Un anno dopo, non c'era più niente. Fu la fine di tutto. O forse l'inizio. Sono stato fuori dal mondo per tantissimo tempo, non posso neanche dire quanto.”

Il commerciante d'acqua divenne pallido, osservandolo di sbieco nel tentativo di penetrare l'oscurità che si celava sotto il suo cappuccio. L'uomo sgranò gli occhi.

“Tu sei il Figlio perduto del Deserto!” disse il mercante. “Tu sei... Nasus.”

“Sì, sono io” disse, voltando le spalle ed entrando nella città “ma c'è qualcun altro molto più perduto di me.”

IV

Nasus seguì la folla che si muoveva nel cuore della città in direzione del tempio, cercando di non fare caso agli sguardi che lo fissavano. Solo per le sue dimensioni attirava la loro attenzione, ma il commerciante d'acqua avrebbe iniziato a spargere la voce rivelando a tutti la sua identità. Shurima era stato sempre un luogo pieno di segreti, ma nessuno rimaneva sepolto per molto tempo. Una volta raggiunto il centro della città, sarebbe rimasto sorpreso se l'intera popolazione ignorasse ancora il suo nome. Sì, era stata una stupidaggine fermarsi, ma l'ignoranza del mercante in termini di storia offendeva la sua natura da studioso.

Proprio come le mura e l'ingresso, il centro di Vekaura era un fantasma della sua gloria passata. La madre di Azir era nata qui, e il giovane imperatore era solito elargire doni alla sua gente. Rigogliosi giardini terrazzati, ricchi di fiori portati da ogni angolo dell'impero, abbellivano le strutture con colori accesi e rilasciavano profumi inebrianti. Le torri luccicavano di un coloro argento e giada, corsi d'acqua scorrevano dall'imponente tempio lungo i grandi acquedotti, nell'innocente credenza che quell'abbondanza non avrebbe mai avuto fine.

I millenni avevano consumato la città fino a renderla uno scheletro di pietre, quelle strutture un tempo sontuose erano state ridotte in rovina. Negli ultimi secoli la gente che era rimasta ancorata alle vecchie usanze aveva iniziato a costruire su quelle macerie, convinta che onorando il passato il suo futuro sarebbe stato al sicuro. Mentre Nasus seguiva la folla, vedeva solo grezze imitazioni di ricordi ormai quasi dimenticati del tutto.

Le strutture realizzate dagli artigiani più esperti ora erano diventate grottesche rappresentazioni della magnificenza di un tempo. Le mura, in passato realizzate in granito di forma quadrangolare, erano state ricostruite in blocchi di legno rozzi e irregolari. La città conservava ancora i suoi tratti originari, ma Nasus aveva la sensazione di camminare in un incubo, un luogo in cui gli ambienti familiari di un tempo erano diventati strani e deformi, dove ogni cosa si discostava dalla forma originaria in modi progettati per trasmettere inquietudine.

Sentiva i mormorii intorno a lui, voci sommesse che bisbigliavano il suo nome, ma le ignorò, girò l'angolo e alla fine si ritrovò in una piazza aperta nel cuore della città. Nel vedere quello che gli abitanti di Vekaura avevano realizzato nel cuore della città ricostruita, strinse gli artigli delle sue mani a pugno.

Un tempio del sole fatto di pietra arenaria cesellata e roccia grezza. Innalzato da braccia umane secondo dimensioni umane, era l'imperfetta ricostruzione dell'immensa struttura che giaceva nel cuore dell'impero di Shurima. Il Grande Tempio era invidiato da tutta Valoran e gli architetti dei lontani regni avevano viaggiato a lungo per vederlo. E veniva ricordato in questo modo irriverente?

Le mura erano nere, lucide come il basalto, ma Nasus riusciva a vedere l'irregolarità dei pannelli assemblati alla base, nel punto in cui erano stati fissati alla grezza pietra. In cima al tempio brillava un disco solare, ma anche qui Nasus notò che non era in oro, bensì di una lega di bronzo e rame. Non era neanche sospeso in aria, come il disco sotto il quale Nasus era stato trasformato nella sua forma attuale: piuttosto, ogni lato era sostenuto da corde intrecciate legate a pilastri asimmetrici.

Da una parte voleva accanirsi contro di loro, li disprezzava per aver costruito questa orrenda struttura in memoria dell'impero per il quale lui stesso e tantissimi altri avevano combattuto e dato la vita per vincere. Avrebbe voluto colpirli e dire loro che avevano commesso un'empietà nel costruire sulle grandezze del passato. Ma quella gente non avrebbe capito: non sapeva ciò che sapeva lui, non aveva visto quello che aveva visto lui.

Un gerofante ricoperto di piume stava in piedi davanti al disco, con le braccia alzate in segno di supplica, ma le sue parole si confondevano con il trambusto della città.

Era questa la persona che cercava?

V

Con passo deciso, attraversò la piazza in direzione del tempio, e vide delle scale irregolari in ognuno dei quattro angoli. Due guerrieri, con indosso un'armatura in bronzo che aderiva perfettamente ai loro corpi ed elmi piumati raffiguranti bestie, facevano da guardia all'ingresso alle scale; entrambi si voltarono per guardarlo. Nasus barcollò non appena riconobbe le forme raffigurate in quegli elmi. Avevano entrambi dei musi allungati; uno era una grezza imitazione di artigli di coccodrillo, l'altro aveva una visiera a forma di testa di sciacallo rabbioso.

Mentre si avvicinava, i due guerrieri gli puntarono le loro lance contro. Nasus notò subito lo sgomento nei loro occhi, si liberò degli stracci che aveva addosso e rimase immobile in tutta la sua imponenza. Per troppo tempo aveva viaggiato per il mondo dei mortali a testa bassa in un profondo senso di disagio, cercando di nascondere la sua statura. Per troppo tempo aveva nascosto la sua vera figura, pagando la sua colpa con un cupo isolamento. Ma erano tempi passati; Nasus non aveva più intenzione di nascondersi ancora.

Rispetto alle guardie, Nasus era una figura solenne e potente, un essere Asceso proveniente da un'epoca in cui tali eroi camminavano ancora tra i mortali. Il suo corpo era asceso grazie al potere magico del disco solare e aveva trasformato quella carne smorta e lacera in un semidio dalla testa di sciacallo color nero ossidiana. Il petto e le spalle erano avvolti da un'armatura dorata, annerita dal tempo e ricoperta da fasce con ricami raffiguranti i sigilli di Shurima. Tese le braccia verso l'alto e scoprì il suo bastone dai pezzi di stoffa per mostrare la lunga impugnatura della sua ascia da guerra. L'estremità della lama brillava, la pietra blu oceano sul petto luccicava ancora di più alla luce del sole.

“Fatevi da parte.” disse.

Le guardie erano in preda alla paura, ma non si mossero. Nasus sospirò e roteò la sua ascia in un arco continuo. Lanciò in alto la prima guardia e la scagliò a trenta metri di distanza. Con il secondo colpo, schiacciò la seconda, lasciandola a terra sofferente mentre Nasus poggiava un piede dotato di artigli sul primo scalino.

Salì in alto dove la luce del sole si proiettava sul metallo battuto del disco. Mentre saliva, guardava al di là delle mura cadenti di Vekaura; un intero campo di dune aride si distendeva lungo l'orizzonte su tre lati. Sul versante a est della città, si ergevano le ferme colline di una terra inflessibile, su cui crescevano le massicce palme del deserto e i grossi arbusti di alberi di bhanavar, le cui radici affondavano centinaia di metri sotto la sabbia alla ricerca di acqua.

Nasus era addolorato alla vista di Shurima e di quel deserto desolato, pensava a quando la Madre della Vita aveva alimentato la terra facendola rinascere. Forse Azir avrebbe potuto far rinascere Shurima ancora una volta, o forse no; a questo punto ritrovare la persona che aveva generato la stirpe era vitale.

Altre guardie camminavano verso la cima del tempio, urlando parole in una lingua con radici nell'Antico Shurimano, ma che ormai aveva perso l'eleganza e la complessità di quella che fù.

Nasus riprovava il dolore e la paura che aveva sentito durante la sua ascesa finale al Grande Tempio per intraprendere il rituale dell'Ascensione. Quel male debilitante lo aveva reso troppo debole per l'ascesa, e fu il suo giovane fratello a trasportarlo sulle sue braccia. Quando raggiunsero la vetta, il sole era quasi vicino allo zenit e la sua vita stava scivolando via velocemente come sabbia che scorre da una clessidra rotta. Aveva implorato Renekton di andare via, di lasciarlo da solo ad affrontare il sole, ma Renekton aveva solo fatto un cenno col capo, sussurrandogli le ultime parole da mortale, prima che il disco solare li conducesse nell'Ascensione.

Resterò con te, fino alla fine.

Ancora adesso queste parole lo ferivano, lo pugnalavano al cuore, affondando più di quanto potesse fare una lama. Da mortale, Renekton era imprevedibile; a volte era incline alla violenza e alla crudeltà, ma allo stesso modo era capace di dimostrare grande nobiltà e coraggio. Il potere dell'Ascensione lo aveva reso forte e, alla fine, fu Renekton stesso a rinchiudere il mago nella Tomba degli Imperatori e sacrificare la sua stessa vita per salvare Shurima.

Salvare Shurima...?

È servito, tutto quello che hanno fatto, quel giorno, per salvare Shurima? Azir era morto, ucciso da un amico d'infanzia, e la città era stata distrutta mentre la magia incontrollata del rito spezzato dell'Ascensione lo seppelliva sotto le sabbie del deserto. Riviveva ogni giorno il momento in cui sigillò la tomba in cui erano rinchiusi Renekton e Xerath. Sapeva che non aveva scelta, ma si sentiva comunque schiacciare da un forte senso di colpa.

Ora, Xerath e Renekton erano liberi. Azir si era in qualche modo sottratto alla morte per diventare uno degli Ascesi, e per la sua determinazione Shurima era risorta. L'antica città era emersa dagli abissi del deserto, scrollandosi di dosso la polvere accumulata in quel sonno durato millenni. Ma se i racconti che emergevano dal deserto erano veri, il Renekton che Nasus aveva conosciuto e a cui voleva bene non esisteva più. Ora non era altro che un assassino impazzito che, in nome della vendetta, uccideva senza pietà.

“E sono stato io a metterti lì.” disse Nasus.

Raggiunse la vetta, cercando di non pensare a quello che suo fratello era diventato; un mostro che ringhiava il nome di Nasus sulle sabbie ardenti del deserto.

Un mostro che, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare.

VI

Nasus raggiunse la vetta del tempio, mentre dalle sue braccia e dalla cintura svolazzavano le fasce commemorative. Piantò l'impugnatura della sua ascia sulla roccia grezza e si prese qualche attimo per sondare la zona circostante.

La luce del sole rifletteva sulle punte scheggiate del disco solare di un metallo grezzo e opaco. Con dolore, vedeva chiaramente quelle corde, quelle grezze strutture costruite dalla gente di Vekaura. Il soffitto era privo di ornamenti; su quella superficie sacra, non c'erano altari innalzati su volte celestiali o stelle dei venti, né erano incisi gli eroi che avevano affrontato l'Ascensione.

Tra Nasus e il gerofante, c'erano dieci guerrieri coperti da mantelli impolverati e frammenti sovrapposti di armatura in bronzo. Il sacerdote, alto e snello, era ricoperto di piume cangianti con maniche lunghe e ampie come ali e un cappuccio che somigliava a un becco di legno. Dal cappuccio, trapelava un viso nobile, austero e spietato.

Proprio come Azir.

“Sei Nasus?” chiese il gerofante. La voce dell'uomo era profonda e imponente, quasi regale, ma Nasus percepì in lui la paura. Una cosa era affermare l'appartenenza alla stirpe degli dei, un'altra incontrarne un discendente.

“Da quello che chiedi, devo essere stato via per molto tempo. Sì, sono Nasus ma, cosa ancora più importante: chi sei tu?”

Il gerofante si alzò, a testa alta, con il petto gonfio come un pennuto nella stagione di accoppiamento. “Sono Azrahir Thelamu, Erede dell'Imperatore Falco, Primo Titolo di Vekaura, l'Illuminato, Colui che Cammina nella Luce, il Protettore del Sacro Fuoco. Colui che porta l'Alba e...”

“Erede dell'Imperatore Falco?” chiese Nasus. “Dici di essere un discendente dell'Imperatore Azir?”

“Non lo dico, lo sono.” scattò il gerofante, acquisendo nuovamente tutta la sua sicurezza. “Ora, dimmi: che cosa vuoi?”

Nasus impugnò e roteò la sua ascia, trattenendola tra le mani in posizione orizzontale rispetto al suolo.

“Il tuo sangue!” rispose Nasus.

VII

Con l'impugnatura della sua ascia diede un colpo sulla muratura, facendo scendere giù dal soffitto una nuvola di sabbia. Stava lì, tra veli di luce che ruotavano lentamente a cerchio intorno al gerofante e i suoi guerrieri.

“Che cosa stai facendo?” chiese il sacerdote.

“Te l'ho detto, devo vedere il tuo sangue.”

Improvvisamente, il cerchio di sabbia si trasformò in un violento uragano. I guerrieri cercavano di proteggersi dalla tempesta, mentre il gerofante si dimenava, accecato e soffocato dalla sabbia. La furia della tempesta ululava con i venti del deserto, talmente forte da spazzare via in breve tempo l'intero gregge di Eka'Sul. L'armatura non dava alcuna protezione, la sabbia penetrava da ogni punto fino a raggiungere la pelle e sfregarla. Il disco solare oscillava avanti e indietro mosso dal vento evocato da Nasus, le corde che lo sostenevano erano tese sugli anelli in ferro fissati alle mura.

Nasus lasciò che la furia della sabbia lo travolgesse, tutto il suo corpo si gonfiava di un'ondata di potere mentre l'ira del deserto si manifestava fin dentro la sua carne. La sua figura cresceva incombente, divenendo imponente e mostruosa come il primo degli Ascesi.

Attaccò subito in modo inaspettato, passando tra le guardie e colpendole con l'impugnatura della sua ascia o con la parte piatta della sua lama. Non aveva intenzione di uccidere questi uomini; dopotutto, erano figli di Shurima, ma gli erano di ostacolo.

Avanzò su quei corpi che si torcevano e gemevano in direzione del gerofante. L'uomo giaceva chiuso a riccio, cercando di proteggersi il viso con le mani insanguinate. Nasus lo raggiunse e lo sollevò dal collo senza alcuno sforzo, come un levriero che trascina un cucciolo. I piedi del gerofante penzolavano a un metro dal suolo mentre Nasus lo avvicinava a sé.

La pelle del gerofante sfregata dalla sabbia era rosso vivo, dal viso scendevano lacrime di sangue. Nasus si avvicinò ancora di più al disco solare; non era reale, non era neanche d'oro, ma rifletteva la luce del sole e questo bastava.

“Dici di appartenere alla stirpe di Azir?” chiese. “Ora vediamo se dici il vero.”

Spinse il viso del gerofante contro il disco solare, e l'uomo gridò mentre il metallo rovente gli bruciava la pelle. Nasus mollò l'uomo dolorante, fissando il sangue scorrere a fiumi giù dal disco; si stava già asciugando assumendo un colore scuro, e l'odore gli entrava nel naso.

“Il tuo sangue non discende dalla Stirpe degli Ascesi!” disse Nasus amareggiato. “Non sei la persona che sto cercando.”

Chiuse gli occhi e vide un luminoso bagliore blu proveniente da lontano riflettersi sulla superficie del disco.

Nasus si voltò e guardò verso l'orizzonte. Vide una nuvola densa, i piedi degli uomini in cammino sollevavano la polvere. Nasus guardava il luccichio dei raggi del sole che si rifletteva sulle lame delle lance e sulle armature. Sentì il suono dei tamburi di guerra e dei corni di battaglia. Enormi bestie emersero dalle nuvole di polvere, feroci creature urlanti legate con corde annodate che venivano trascinate da gruppi di uomini armati di pungoli taglienti. Protette da corazze resistenti e dotate di zanne ricurve, erano come arieti viventi capaci di abbattere facilmente le mura già in rovina di Vekaura.

Le bestie con a seguito soldati tribali avanzavano verso la città sotto tantissimi totem scolpiti. Erano almeno cinquecento guerrieri; semplici soldati, arcieri a cavallo e combattenti che incitavano urla di battaglia con in mano scudi e pesanti asce. Nasus avvertiva il loro desiderio di dominio, sapeva che molte di queste tribù, normalmente, si sarebbe sgozzata l'un l'altra.

Sentì la presenza di un antico potere magico e il metallo che scorreva lungo i suoi artigli. I suoi sensi diventavano sempre più intensi: riusciva a udire dal basso il frastuono di centinaia di voci, riusciva a scorgere tutte le imperfezioni del disco e a sentire ogni granello di sabbia tra gli artigli distesi dei suoi piedi. Avvertì un pungente e intenso odore di sangue versato di recente. Ricordava vagamente i giorni passati e gli echi distanti di un'epoca che pensava fosse perduta per sempre. Proveniva dal versante est della città, nel il punto esatto in cui le macerie si fondevano con le colline.

Il portatore di questa magia che si stava risvegliando era sospeso sulla volta; una creatura di energia crepitante e potere oscuro legata da catene di metallo freddo e frammenti di un antico sarcofago. Un traditore di Shurima, nonché responsabile del tragico destino dell'antico impero.

“Xerath” disse Nasus.

VIII

La casa in rovina sul confine orientale di Vekaura si stava sgretolando; non era rimasto quasi nulla del soffitto, stava sprofondando nella sabbia, ma le quattro mura e gli alberi sporgenti facevano ombra durante le ore del giorno più calde. Lo zaino di Taliyah era sistemato in un angolo, pronto come sempre. Da un lato pendevano ghirbe d'acqua e latte di capra, e della carne essiccata che sarebbe bastata per almeno un paio di settimane era stata sistemata insieme a vestiti e sacchetti di rocce e pietre raccolte lungo tutta Valoran.

Taliyah si inginocchiò accanto alla donna ferita che giaceva all'ombra e alzò la benda che le ricopriva il fianco. Sussultò nel vedere il sangue cicatrizzato intorno ai punti che lei stessa aveva usato per chiudere la profonda ferita. Sembrava un taglio provocato da una lama, ma non ne era sicura. Taliyah le aveva tolto l'armatura e le aveva pulito il corpo alla meglio. A parte la ferita quasi mortale che riportava sul fianco, il corpo della donna era un insieme di cicatrici; erano tutte sulla parte anteriore, eccetto una, e tutte provocate da una vita di combattimenti. Chiunque fosse quella donna, uno dei suoi nemici non l'aveva sicuramente guardata in viso. Mentre Taliyah le cambiava la benda, la donna urlò dal dolore con il suo corpo addormentato in via di guarigione; solo la Grande Tessitrice sapeva quanto avesse sofferto lì nel deserto.

“Sei una guerriera.” disse Taliyah “Posso dire questo di te, combatti per sopravvivere.”

Taliyah non aveva idea se la donna avesse ascoltato, ma forse le sue parole potevano aiutarla a riprendersi. In ogni caso, le piaceva poter parlare con qualcuno, anche senza ricevere risposta, non considerando tali mormorii in stato di delirio che parlano di imperatori e uomini morti.

Dal momento in cui aveva abbandonato Yasuo a Ionia, Taliyah non si era mai fermata e mai era rimasta in un solo posto più del necessario. Era già rimasta a Vekaura per troppo tempo. Sarebbe dovuta rimanere solo lo stretto necessario per fare scorta di viveri, ma non poteva abbondare la donna ancora priva di sensi. Il desiderio di trovare la sua famiglia era più forte di ogni cosa, ma la Grande Tessitrice le aveva insegnato che tutti gli uomini sono legati nel viaggio e nella trama della vita. Se si lascia un punto scucito, con il tempo danneggerà l'intera tela. Taliyah era rimasta lì per rispettare la sua promessa verso la donna ferita, anche se ogni momento sacrificato alla ricerca della sua famiglia era un graffio nell'anima.

Taliyah spostò i capelli neri dalla fronte calda della donna per osservare il suo viso, provando a immaginare l'origine delle ferite e il modo in cui fosse finita per metà sepolta dalle dune ai confini del Sai. Era bella, ma aveva dei tratti duri che non si addolcivano neanche in quello stato di incoscienza. La sua pelle aveva il colore scuro e abbronzato proprio di un nativo di Shurima, e quelle poche volte in cui aprì gli occhi, Taliyah notò che erano di un blu intenso.

Fece un sospiro e disse: “Bene, non credo ci sia altro da fare finché non ti risveglierai.”

Taliyah sentì uno scoppio venire da ovest; attirata dall'inconfondibile rumore delle rocce che si frantumano, si avvicinò alla finestra. All'inizio pensò si trattasse di un terremoto; ma era più violento di una valanga, e ne aveva viste tante nella sua vita. Dopo quello che aveva visto a Vekaura, non sarebbe rimasta sorpresa se si fosse trattato del crollo di una di quelle strutture. Sperava che fossero tutti sani e salvi.

“Che cosa sta succedendo...? Dove mi trovo?”

Taliyah si voltò nel sentire la voce della donna. Era seduta e si guardava intorno alla ricerca di qualcosa.

“Sei a Vekaura” disse Taliyah. “Ti ho trovata fuori, sanguinante e in fin di vita.”

“Dov'è la mia lama?” chiese la donna.

Taliyah indicò la parete alle sue spalle, il punto in cui la strana arma della donna era avvolta in fasce di pelle, nascosta sotto una coperta di tessuto intrecciato di motivi ispirati agli uccelli.

“Laggiù” disse Taliyah. “Le sue lame sono molto affilate e non volevo averla intorno, rischiando di passarci sopra e tagliarmi un piede.”

“Chi sei?” chiese la donna, con tono sospettoso.

“Sono Taliyah.”

“Ti conosco? La tua tribù mi vuole morta?”

Taliyah aggrottò la fronte. “No, non credo. Siamo pastori, tessitori e viaggiatori. Non vogliamo la morte di nessuno.”

“Parte di quei pochi che non vogliono questo, quindi” disse la donna. Respirava lentamente, e Taliyah poteva solo immaginare il dolore che provava al fianco. Si sedette e fece una smorfia nel vedere la pelle che tirava per via delle ferite.

“Perché ti vogliono morta?” chiese Taliyah.

“Perché ho ucciso tante persone” rispose Sivir, sforzandosi per sedersi. “Alcune volte, sono stata pagata per farlo. Altre volte, ho dovuto farlo perché mi intralciavano il cammino. Ma ora uccido perché vedo la loro ira quando dico che non voglio tornare”

“Tornare dove?”

Puntò i suoi profondi occhi blu su Taliyah, e percepì in lei un grande senso di dolore e agitazione.

“La città.” disse. “Quella che è emersa dalle sabbie.”

“Quindi è vero?” chiese Taliyah. “L'antica Shurima è rinata davvero? L'hai vista?”

“Con i miei occhi” rispose la donna. “In molti si stanno dirigendo lì. Sono per lo più tribù dell'est e del sud, ma presto ne arriveranno altre.”

“La gente sta andando lì?”

“Ogni giorno.”

“E quindi perché non vuoi tornare?”

“Mi stai annoiando con tutte queste domande.”

Taliyah alzò le spalle. “Chiedere è il primo passo verso il viaggio della conoscenza.”

La donna sorrise e annuì. “Giusta osservazione, ma stai attenta a chi chiedi. Alcune persone rispondono con un colpo di lama.”

“E tu ?”

“A volte, ma considerato che mi hai salvato la vita, ti lascerò andare.”

“Allora dimmi un'altra cosa.”

“Cosa?”

“Il tuo nome.”

“Sivir” disse la donna dolorante.

Taliyah conosceva quel nome; solo in pochi lo ignoravano a Shurima, e dall'aspetto di quella lama a croce, già aveva un'idea di chi fosse quella donna. Prima di rispondere, sentirono un altro boato di rocce frantumarsi. Raramente aveva sentito simili rumori nella sua terra d'origine, ma moltissimi invece sulle coste di Ionia, tra le strade tortuose di Noxus e sulle distese ghiacciate del Freljord.

Taliyah puntò gli occhi sulla sua borsa, calcolando il tempo che le sarebbe servito per fuggire da Vekaura. Anche Sivir aveva sentito quel rumore, e agitò le gambe come per alzarsi ma il dolore era troppo forte. La sua fronte era bagnata dal sudore per lo sforzo.

“Non sei nelle condizioni di andare da nessuna parte.” disse Taliyah.

“Riesci a sentirlo?” chiese Sivir.

“Certo” rispose Taliyah. “Sembrano urla di persone.”

Sivir annuì. “È esattamente quello.”

IX

Dal cielo piovevano fiamme.

Comete di un acceso e vivido blu cadevano dalle braccia spiegate di Xerath, creando archi come massi catapultati da una macchina da guerra. La prima cadde sul suolo al centro del mercato, esplodendo come una stella cadente e creando un incendio violento. Corpi in fiamme venivano scagliati in aria come ramoscelli bruciati. Venti ardenti soffiavano tra le perfide risa di Xerath, un'eterna follia delirante che gioiva del dolore altrui.

Come ho fatto a non accorgermi di quella sua crudele natura?

Nasus sentiva le urla elevarsi dalla città e tutta la rabbia che provava verso quella gente svanì come la nebbia al mattino su un'oasi del deserto. Le mura della città venivano colpite dalle bestie impazzite di dolore che si sollevavano e sbattevano sul suolo con una forza tale da far tremare la terra. I soldati con indosso armature leggere avanzavano sulle macerie della città, urlando diversi gridi di guerra, impazienti di iniziare il massacro.

Nasus roteò la sua ascia e scese le scale del tempio quattro per volta, finché non si ritrovò sul terreno. Dalle parti occidentali della città, centinaia di persone affluivano verso la piazza principale, con il terrore che scorreva nelle loro vene, seguite da urla assetate di sangue e il rumore assordante delle armi. Gli abitanti in preda al panico cercavano rifugio nelle strutture intorno alla piazza, sprangando le porte e serrando le finestre nella speranza di salvarsi. Nasus aveva attraversato le strade insanguinate di molte città conquistate, e sapeva quanto spietati potessero essere i guerrieri dopo simili battaglie. Xerath avrebbe ucciso ogni uomo, donna e bambino.

Palle di fuoco continuavano a cadere come fulmini, e nell'aria si sentivano solo urla e l'odore di carne bruciata. Con l'impatto di quella violenza magica, le rocce rotolarono giù come pietra lavica. Il mercato era in fiamme e il cielo era ricoperto da nuvole di fumo nero.

Nasus passò attraverso la folla spaventata, spostandosi incessantemente verso est, seguendo il forte odore del sangue. Il gerofante era un impostore, il suo sangue debole e versato dopo migliaia di anni. Ma, quello di cui riusciva ad avvertirne l'odore...? Era intenso. Riusciva anche a sentire il battito scalpitante del cuore di un mortale. Questa persona apparteneva a una stirpe di imperatori e regine guerriere; uomini e donne dotati di grande ambizione e forza. Era il sangue di un eroe.

La gente urlava il suo nome, implorando aiuto. Ma egli ignorò quelle voci, essendo al servizio di una chiamata più importante. Il sole lo aveva rinnovato per servire Shurima anche dopo la morte, per combattere in nome della sua gente e difenderla dalle minacce. Adesso era quello il suo compito, ma il senso di colpa che avvertiva nell'aver abbandonato gli abitanti di Vekaura a quel tragico destino gli lacerava l'anima.

Quanti altri abbandonerai alla loro morte?

Cercò di accantonare quel pensiero, e proseguì lungo un tortuoso percorso attraverso le strade distrutte colme di ammassi di sabbia. La maggior parte degli edifici era stata rivendicata dal deserto, lasciando solo fondamenta distrutte e blocchi di colonne frantumati. Si avvicinava sempre più al centro del collasso, i saprofagi del deserto scappavano alla sua vista. La città iniziava a ritirarsi, i detriti venivano sommersi sempre più nella sabbia in aumento.

Alla fine, giunse davanti a una struttura fatiscente, forse un tempo era un bagno pubblico, con le mura più spesse e più solide di quelle circostanti. Si piegò per entrare, sentiva la puzza di sudore e del sangue delle due anime che si trovavano all'interno. Una sembrava giovane, l'altra aveva un aspetto così invecchiato che gli sembrò di essere davanti a un amico con il quale aveva camminato sotto lo stesso sole.

Da una porta d'ingresso sbucò una ragazza, con indosso un largo soprabito proveniente da una terra dall'altra parte dell'oceano a est, la stessa ragazza con la quale aveva parlato al mercato. Intravide il terrore nei suoi occhi, ma anche la sua determinazione, mentre muoveva le mani formando disegni sinuosi e a spirale, come se stesse intrecciando qualche tipo di magia naturale. La terra tremava, le pietre danzavano ai suoi piedi rimuovendo lo strato di sabbia. Dietro di lei, Nasus vide una donna che cercava con tutte le sue forze di stare in piedi, cercando sostegno sui ruvidi muri. La sua tunica era completamente macchiata di rosso; e aveva una grave ferita, tuttavia non mortale.

“Io sono Nasus, il Custode delle dune.” disse, ma dagli occhi della donna si capiva che lo conoscesse già. Aprì la bocca dallo stupore, ma non si mosse.

“Fatti da parte, ragazza” disse Nasus.

“No, non permetterò che tu le faccia male. Ho fatto una promessa.”

Nasus roteò la sua ascia, e la poggiò sulla spalla mentre indietreggiava. La ragazza si muoveva tra le rovine, sotto i suoi piedi il terreno si agitava creando spaccature dai motivi radiali. Le rocce si sollevavano dal suolo mentre pezzi di intonaco si staccavano dai muri. Le crepe sulle pareti iniziavano a dividersi, estendendosi lungo ciò che era rimasto del soffitto. L'ultima volta che aveva visto qualcuno possedere simili poteri era stato un mortale che per poco non lo uccise. La donna ferita fissava la ragazza, era sconvolta; era evidente che ignorava completamente le capacità della giovane.

“Hai il potere di rompere le rocce di Shurima” disse Nasus.

Taliyah alzò un sopracciglio. “Sì” disse. “Quindi faresti meglio a indietreggiare prima che rompa te.”

Nasus sorrise di fronte a quel gesto spavaldo. “Hai il coraggio di un eroe, ragazza, ma non è te che cerco. Il tuo potere è forte, e se fossi in te, lascerei questa città prima che Xerath te lo strappi via.”

Taliyah divenne pallida. “Non andrò da nessuna parte. Ho promesso che avrei protetto Sivir, e la Grande Tessitrice non tollera chi non mantiene le promesse.”

“Se sei la sua protettrice, sappi che non sono qui per farle del male.”

“E allora, che cosa vuoi?”

“Sono qui per salvarla.”

La donna ricoperta da bende zoppicò per posizionarsi accanto alla giovane ragazza. Nasus rimase colpito dalla risolutezza della donna, nonostante fosse chiaramente dolorante. E d'altra parte, non poteva aspettarsi diversamente da una nelle cui vene scorreva il sangue dell'Antica Shurima.

“Chi sarebbe questo Xerath?” chiese.

“Un mago oscuro che conosce abbastanza della tua vita.”

La donna fece un cenno col capo e si voltò verso Taliyah, posando una mano rugosa sulla spalla della ragazza.

“Ti devo la mia vita, ma non sarò in debito con nessuno,” disse “quindi considera la tua promessa mantenuta. Ora, posso farcela da sola.”

La ragazza si sentì sollevata, ma era comunque esitante.

“Lo apprezzo, ma riesci a malapena a camminare.” disse Taliyah. “Almeno, permettimi di aiutarti a uscire dalla città.”

“Affare fatto” disse Sivir riconoscente, prima di girarsi verso Nasus. Agitò la mano, e mostrò una luccicante lama a croce d'oro, con al centro incastonata una gemma verde smeraldo. La afferrò con agilità, nessun comune mortale sarebbe stato in grado di impugnare quell'arma con tale destrezza.

“Ne ho abbastanza di gente che mi salva la vita.” disse. “Vogliono sempre qualcosa in cambio. Quindi dimmi, gigante, che cosa vuoi veramente?”

“Tenerti in vita.” disse Nasus.

“Posso farcela senza il tuo aiuto.”

“Non si direbbe dalla ferita che riporti sul fianco. Sei...”

“Questa?” disse Sivir interrompendolo. “Solo un battibecco con un folle insistente che non accettava rifiuti. Fidati, ho visto di peggio e me la sono sempre cavata. E non ho bisogno di protezione. Ultimamente, a prescindere da ciò che faccio, pare che il destino abbia gli occhi puntati su di me.”

Nasus scosse la testa. Che cosa ne sanno i mortali del destino?

“Il futuro non è scritto nelle pietre.” disse. “È un fiume che si dirama e il cui percorso può cambiare in qualsiasi momento. Se non stanno attenti, anche coloro il cui destino è scritto nelle stelle e che riescono a trovare la sorgente delle loro vite finiranno su un terreno arido.”

Indicò l'arma di Sivir e continuò: “Sai a chi apparteneva quella lama un tempo?”

“Che importanza ha?” disse Sivir. “Ora appartiene a me.”

“È la Chalicar, la lama impugnata da Setaka, la prima Regina Guerriera dell'Ordine degli Ascesi; quando quel nome aveva ancora un significato. Ho avuto l'onore di combattere a fianco di Setaka per tre secoli. Era capace di azioni leggendarie, ma da quello che vedo ignori il suo nome.”

“I caduti sono uomini dimenticati.” disse Sivir alzando le spalle.

Nasus non badò alla freddezza con la quale Sivir sviliva la sua defunta compagna di guerra e disse: “Una volta, un asceta del deserto le disse che avrebbe visto il sole sorgere il giorno in cui un imperatore di Shurima avesse governato il mondo intero. Da quel momento si sentì invincibile, credeva che potessimo conquistare il mondo, ma fu uccisa da mostri alla vigilia della caduta di Icathia. L'ho tenuta stretta a me fino all'ultimo respiro e l'ho lasciata nel suo sonno nelle profondità del deserto con la sua arma poggiata sul petto.”

“Se sei qui pensando di riprendertela, allora io e te abbiamo un problema.”

Nasus si lasciò cadere su un ginocchio e incrociò le mani al petto.

“Appartieni alla Stirpe degli Ascesi. L'arma ti appartiene, per il sangue degli imperatori che ti scorre nelle vene. Ha riportato in vita Azir e Shurima; deve significare qualcosa.”

“No, invece.” scattò Sivir. “Non ho mai chiesto ad Azir di riportarmi indietro. Non gli devo niente. Non voglio avere nulla a che fare con te o con questo Xerath.”

“Non ha importanza ciò che tu vuoi.” disse Nasus. “Xerath ti ucciderà, indipendentemente se scegli o meno di accogliere il tuo destino. È venuto qui per mettere fine ai discendenti di Azir una volta per tutte.”

“Che cosa vuole Azir da lei?” chiese Taliyah. “E che cosa ha intenzione di fare ora che è tornato? Vuole fare di noi degli schiavi?”

“Fa sempre un sacco di domande” disse Sivir.

Prima di replicare, Nasus esitò.

“A dire il vero, non conosco i piani di Azir. Per me è abbastanza il fatto che si opporrà a Xerath. Ora potete scegliere di deporre le armi e arrendervi, oppure potete vivere un altro giorno per combattere.”

Con una risata ironica, Sivir si sollevò la tunica e mostrò la benda insanguinata che copriva la ferita. “In tutta la mia vita, non mi sono mai arresa a nulla, ma non ho intenzione di combattere una minaccia più grande del sonno per un po'.”

“Devi vivere” disse Nasus, mettendosi in posizione eretta. “E devi essere pronta.”

“Pronta per cosa?” chiese Sivir, mentre sia lei che Taliyah iniziavano a raccogliere le loro poche cose.

“La battaglia di Shurima.” disse Nasus. “Quindi per adesso dobbiamo correre via. I guerrieri di Xerath stanno uccidendo tutta la gente di Vekaura.”

“Che cos'ha di tanto speciale questo posto?” chiese Taliyah,

“La stanno cercando.” disse Nasus.

Il viso di Sivir si irrigidì, fece un lungo respiro e disse: “Nasus, eh? Sin da piccola, ho sentito diverse storie su di te. Racconti di guerra e battaglie eroiche. Tutte le leggende dicono che tu e tuo fratello eravate protettori Shurima. È vero?”

“Sì, è vero” disse Nasus. “Io e Renekton abbiamo combattuto per Shurima per molti secoli.”

Sivir fece un passo incerto verso di lui; dal suo viso trapelava tutta l'altera determinazione, proprio come Azir nel giorno in cui ordinò ai sacerdoti di preparare il disco solare per la sua Ascensione, andando contro secoli di tradizioni.

“Allora iniziamo a combattere per Shurima” disse Sivir, più autoritaria di qualsiasi imperatore. “Mentre ce ne stiamo qui a discutere, stanno morendo figli e figlie del deserto. Se sei l'eroe di cui ho sentito parlare per tutto questo tempo, allora è compito tuo andare lì e salvare il maggior numero di vite possibile.”

Non era così che Nasus aveva immaginato quell'incontro, ma le parole risolute di Sivir fomentavano dentro di lui quel fuoco che aveva tenuto assopito per troppo tempo. Sentiva le fiamme divampare lungo il suo corpo: solo ora si rendeva conto di tutto quel tempo passato, di tutti quegli anni di solitudine dalla caduta di Shurima e la successiva rinascita.

“Hai la mia parola” disse Nasus, sganciando un pendente dalla cinghia in pelle che teneva intorno al suo collo. “Se andate ora, farò di tutto per proteggere la gente di Vekaura.”

La pietra di giada di quel pendente era color verde oceano con venature d'oro chiaro. Dal centro emanava una luce fioca, pulsante come un leggero battito cardiaco.

Lo offrì a Sivir dicendo: “Indossalo, e ti terrà lontana dalla vista di Xerath. Non durerà per sempre, ma forse abbastanza a lungo.”

“Abbastanza a lungo per cosa?” chiese Sivir.

“Perché io possa ritrovarti.” disse Nasus, voltando le spalle.

X

Prima di cambiare idea, lasciò Sivir e Taliyah; per farle sopravvivere, doveva attirare i guerrieri di Xerath verso di lui. Lo guardarono allontanarsi, ma non tornò indietro. Le fiamme bruciavano nel cuore della città, mentre Nasus seguiva le urla degli abitanti di Vekaura.

La sua ira aumentava mentre passava tra i corpi di uomini e donne falciati dai guerrieri infuriati; altre morti da aggiungere alla resa dei conti tra lui e Xerath. Nasus si distese i muscoli delle spalle. Pensò all'ultima volta che aveva affrontato il mago con a fianco suo fratello, e tremò di paura.

Non siamo riusciti a sconfiggerlo insieme; come posso farlo da solo?

Nasus vide un gruppo di cinque guerrieri che bloccavano l'uscita dalla piazza. Erano di schiena, ma si girarono non appena lo sentirono sfoderare l'ascia. Avrebbe dovuto sentire il loro terrore nell'avere di fronte un guerriero Asceso, ma le fiamme blu alimentate dalla determinazione di Xerath bruciavano nei loro occhi e non temevano minacce.

Si precipitarono su di lui impugnando spade e lance insanguinate. Nasus vide la loro furia in faccia, e con un colpo di ascia contro il suolo tranciò tre di loro in un rapido movimento. Con un pugno trapassò il petto di un altro mentre conficcava le sue zanne sul capo scoperto dell'ultimo guerriero, addentandolo fino a spaccare il cranio in due. Sputò i resti di cervello e i frammenti di ossa, e proseguì.

Entrò nella piazza, e vide ciò che era rimasto degli abitanti della città, inginocchiati, lame sul collo, davanti al tempio solare, con le teste piegate come devoti impauriti. Gruppi di guerrieri ricoperti di sangue proiettavano le lance in alto verso il terribile e luminoso dio che bruciava sulla cima.

Il corpo in fiamme del mago traditore penzolava in aria, mentre le estremità in metallo del disco solare si fondevano sotto il calore del corpo Asceso. Il gerofante urlava, mentre si contorceva nell'aria davanti a lui.

“Voi, mortali, siete dei folli” disse Xerath mentre strappava la carne dalle ossa del corpo del gerofante. “Perché rivendicare la vostra discendenza da un imperatore inutile come Azir?”

“XERATH!” urlò Nasus, la sua voce riecheggiò intorno alla piazza.

I guerrieri mortali si voltarono, ma non si mossero per attaccare. Calò il silenzio, e Nasus si sentì travolgere dall'ondata d'ira di Xerath. In un attimo il corpo del gerofante fu un ammasso di cenere, spazzato via da turbini di vento rovente. Nasus avanzò verso la piazza con l'ascia salda lungo il suo fianco; tutti gli occhi erano puntati su di lui.

“Ero certo che fossi tu” disse Xerath. La sua voce era dolce come ai vecchi tempi quando era un mortale. “Chi altro se non il vigliacco che mi ha rinchiuso negli abissi del mondo per millenni?”

“Ti riporterò laggiù” promise Nasus.

La figura di Xerath bruciava di un fuoco più acceso. “Allora, c'era il tuo adorato fratello ad aiutarti. Dimmi, hai più visto Renekton da quando la nostra prigione è stata aperta?”

“Non nominare il suo nome” digrignò Nasus.

“Hai visto che cosa è diventato?”

Nasus non rispose, e Xerath scoppiò a ridere, in un suono risonante come spiriti del fuoco in guerra.

“Certo che no” continuò Xerath, le fiamme lungo il suo corpo vibravano di un oscuro senso di piacere. “Ti avrebbe ucciso a vista.”

Xerath scese già dai muri decadenti del tempio, con le fiamme che ardevano lungo le braccia e si allontanavano via come insetti luminosi. I soldati sottomessi stavano in piedi, immobili come statue; questo scontro non era cosa da mortali.

“Il potere che possiedi era destinato ad Azir” disse Nasus, avanzando lentamente verso Xerath. “Non sei stato scelto dal sole.”

“Neanche Renekton, ed è stato asceso.”

“Non nominare il suo nome” ripeté Nasus a denti stretti.

“Tuo fratello era un debole, ma tu lo sapevi già, non è vero?” disse Xerath, avvicinandosi di più. “Ha ceduto più facilmente di quanto potessi immaginare. Ciò che serviva era semplicemente dirgli in che modo l'avevi abbandonato nell'oscurità. Il modo in cui l'avevi intrappolato insieme al suo nemico e lasciato lì a morire.”

Nasus sapeva che il mago lo stava provocando, ma l'odio lo accecava e non voleva altro che spezzare quelle catene che mantenevano vivo l'incredibile potere nel corpo di Xerath. Si ritrovarono faccia a faccia nel cuore della città, due esseri Ascesi tanto tempo prima; un re guerriero e un mago dal potere magico infernale.

XI

Il primo ad attaccare fu Nasus, da fermo iniziò a muoversi nell'aria a una velocità folgorante. Le sue gambe avanzavano spingendolo in aria, mentre oscillava la sua ascia formando un arco verso il basso. Conficcò la lama nel torace di Xerath, disintegrando gli anelli delle catene.

Xerath fu scagliato all'indietro contro le pareti del tempio. I muri si spaccarono a metà, e dalle crepe frastagliate della lontana tomba si levarono ondate di polvere. Dalla struttura cadevano grandi lastre di pietra. Il mago si scaraventò in avanti, emettendo fasci di energia che ardevano dai suoi arti crepitanti. Nasus ululava mentre le fiamme lo bruciavano, e iniziarono a scontrarsi con ferocia e violenza.

Un'ondata di energia magica esplose verso l'esterno, spazzando via la gente come foglie durante un uragano. Le strutture più vicine crollarono, mentre quella forza sismica ne frantumava le pareti. Gli abitanti di Vekaura iniziarono a scappare, alla ricerca di salvezza nel mezzo dello scontro dei due antichi dei. Xerath mollò la presa sui suoi guerrieri, che si sparpagliarono correndo verso i margini della città. Iniziarono a esplodere fiamme mentre Xerath evocava il fuoco arcano e lo rilasciava ovunque.

Nasus rotolò di lato mentre una scia luminosa di comete si schiantava contro il suolo. Quelle fiamme erano fredde, ma bruciavano allo stesso modo. Si alzò in tempo per far roteare la lama della sua ascia ed evitare una serie di sfere di luce bianca. Xerath volava sopra di lui, sogghignando mentre faceva esplodere fulmini laceranti. Nasus spinse la sua lama verso il mago per rilasciare un'esplosione di potere debilitante. Xerath ruggì dal dolore e dalla furia, le fiamme vibravano nel suo petto, ma rimasero vivide. 

Nasus balzò verso Xerath; lottarono a mezz'aria, fino ad andare a sbattere di nuovo contro il tempio solare. L'impatto fece crollare le mura esterne e dall'alto caddero enormi blocchi di pietra. Si schiantarono contro il suolo come i pugni degli antichi guardiani delle tombe, spaccando la terra e scoprendo le cripte del tempio nascoste dall'ombra. I pezzi rimasti del disco solare caddero dal tetto, rotolando giù come una moneta lanciata da un gigante. Si frantumò non appena colpì il suolo, scagliando in aria da tutte le parti frammenti luminosi di metallo. Uno di questi si conficcò nella gamba di Nasus, che lo estrasse con violenza facendo schizzare il sangue.

Xerath emerse dai detriti di pietra, e un violento proiettile infiammato colpì Nasus al torace. Emise un grugnito e barcollò verso dietro. Xerath liberò un'altra ondata scintillante di energia magica, ma questa volta si piantò nel cuore di Nasus. Il dolore era struggente e cadde sulle ginocchia con la carne viva bruciata. Nasus poteva abbattere con una sola mano un esercito di mortali, ma Xerath non era un avversario qualunque. Era un essere Asceso che possedeva il potere rubato del sole e la magia oscura.

Sollevò la testa, tutta la città intorno era in fiamme. “La persona che cerchi non è qui, e adesso è fuori dalla tua vista.”

“L'ultimo dei discendenti di Azir non potrà nascondersi da me per sempre” disse Xerath. “Li troverò, e metterò fine a questa miserabile stirpe.”

Nasus afferrò la sua ascia, la gemma incastonata nella lama emetteva scoppiettii simili a scariche elettriche.

“Morirò prima di permettere che ciò succeda.”

“Come vuoi” disse Xerath; dispiegò le braccia e lanciò una serie di archi di luce. Nasus fece il possibile, ma non riuscì a bloccarli tutti.

Xerath avanzò velocemente verso di lui e disse: “Ho raccontato più volte a tuo fratello del tuo tradimento e della gelosia che covavi nei suoi confronti. Ha maledetto il tuo nome, piangeva mentre mi diceva il modo in cui ti avrebbe strappato ogni singolo arto.”

Nasus grugnì e si sollevò in piedi: un cratere infuocato esplose sotto i piedi di Xerath, che urlò mentre veniva travolto dalle fiamme degli Infiniti Soli.

Ma non fu abbastanza. Non sarebbe mai stato abbastanza. Durante l'ultimo combattimento, Nasus e Renekton erano stati all'altezza dei loro poteri; ora Nasus era solo un fantasma della sua gloria di un tempo, mentre il potere di Xerath era cresciuto con il passare dei secoli.

Il mago resistette all'ultimo, disperato attacco di Nasus, ormai privo di forze. Il potere magico di Xerath lo sollevò e lo oscillò, fino a scagliarlo nelle rovine del tempio. Le mura crollavano in pezzi intorno a lui, e sentì le sue ossa rinforzate dal potere solare spezzarsi come legna al fuoco.

Nasus si fermò in mezzo alle macerie, con le gambe spezzate e curve. Il suo braccio sinistro ormai insensibile gli penzolava lungo il fianco, interamente fratturato. Provò a spingersi in piedi usando l'altro braccio, ma sentì un dolore intenso penetrare la spina dorsale nel punto della frattura. Con il tempo tali ferite sarebbero potute guarire: ma non aveva tempo.

“Quanto sei caduto in basso, Nasus” disse Xerath avvicinandosi, mentre dalle dita scendevano colate infuocate. “Se non fosse per l'odio che sento per tutto quello che mi hai fatto, proverei pena. I lunghi anni passati nell'oppressione della solitudine hanno fatto a pezzi la tua anima.”

“Meglio un'anima spezzata di un giuramento infranto.” tossì Nasus, con la bocca piena di sangue. “Nonostante il tuo nuovo potere, rimani comunque un traditore e uno schiavo.”

Sentì la furia di Xerath, e provava piacere; era tutto ciò che gli era rimasto.

“Non sono uno schiavo” disse Xerath. “L'ultima azione di Azir è stata quella di liberami.”

Nasus rimase impietrito. Xerath è un uomo libero? Non ha senso...

“E allora, perché hai fatto tutto questo? Perché hai tradito Azir?”

“Azir era un folle, e ha offerto il suo dono quando ormai era troppo tardi” rispose Xerath.

Nasus grugniva dal dolore. Le ossa frantumate della sua spalla iniziavano a ricomporsi. Sentì di nuovo la forza tornare nel suo braccio, anche se all'apparenza sembrava debole e inutile.

“Che cosa farai quando sarò morto?” chiese Nasus, ricordando quanto Xerath adorasse il suono della sua voce. “Che cosa ne sarà di Shurima con te come imperatore?”

Tentava di celare il dolore, mentre sentiva in tutto il corpo i benefici della carne trasformata, che annullava tutte le ferite che Xerath gli aveva provocato.

Il mago scosse il capo e si allontanò.

“Credi che non mi sia accorto che il tuo corpo si sta rigenerando?” disse.

“Allora vieni e affrontami!” gridò Nasus.

“Ho immaginato la tua morte migliaia di volte” disse Xerath, spuntando al di là del tempio spoglio. “Ma mai per mano mia.”

Nasus guardava il mago sollevarsi, mentre le mura del tempio prive di sostegno scricchiolavano e si spaccavano, inclinandosi pronte a cadere.

“Il Macellaio delle dune avrà ciò che si merita” disse Xerath. Il suo corpo iniziava a risplendere, diventando più luminoso del disco solare. Dall'alto, cadevano rocce e polvere. “E io sarò lì, lo osserverò mentre ti strapperà la carne dalle tue ossa.”

Il mago lanciò catene di fiamme bianche contro i muri cadenti e disse: “Ma fino ad allora, ti seppellirò sotto la sabbia, proprio come una volta hai fatto tu con me.”

Xerath brillava come una stella appena nata mentre trascinava all'interno le sue catene infuocate. Iniziò a cadere una rimbombante pioggia di pietre, mentre violente fiamme scendevano dal cielo su tutta Vekaura.

Il terreno sembrava spaccarsi in due, la roccia sotto Nasus girava e risaliva verso la cascata in un'ondata roboante di liquido roccioso. I muri del tempio crollarono, e Nasus fu travolto da tonnellate di detriti.

XII

Dopo le tenebre, la luce.

Un caldo frammento luminoso. Luce del sole?

All'inizio non era sicuro che tutto quello fosse reale; o se fosse invece uno scherzo della sua mente per rilasciare il corpo nelle braccia della morte.

È così che muore un essere Asceso?

No. Non era la morte. La luce del sole era dappertutto, e sentiva il calore sulla sua pelle. Spostò il peso del corpo, stendendo le gambe e muovendo le spalle. I suoi arti erano rinati, significava che era stato a lungo nell'oscurità. Il suo corpo guariva in fretta, ma non aveva idea di quanto fosse rimasto privo di sensi.

Indipendentemente da quanto, era passato comunque troppo tempo.

Xerath era libero, e più forte che mai.

Nasus si sollevò, la roccia sopra di lui formava una cupola perfetta, il suolo spaccato era diventato liscio come il vetro e caldo al tatto. Anche nella penombra riusciva a distinguere i disegni sulla superficie, come il mix di colori sul pennello di un artista. Sbatté più volte il pugno contro il frammento di luce finché la roccia non si sgretolò in pezzi di pietra vitrea di un calore intenso. Era tutto sommerso dalla luce, il tempio ora era poco più di un ammasso di blocchi e macerie. Nasus si piegò per prendere una scheggia della cupola distrutta che l'aveva protetto: la mise in mano e la girò, e vide che quella fusione di materiali non era un semplice pezzo di roccia.

Posò il frammento appuntito nella sua tunica e si diresse fuori dal tempio distrutto. Osservava le macerie, mentre nell'aria soffiava un vento lugubre, sibilando le fioche voci dei morti.

La città era sparita, o quello che i suoi abitanti avevano ricostruito dalle sue macerie. Nasus vide che erano state innalzate molte fondamenta rocciose, e tutte presentavano gli stessi motivi ondeggianti della cupola che l'aveva salvato. Ogni estremità della superficie erano sinuosa, come un'onda catturata e congelata durante l'alta marea.

E da sotto quell'onda, protetti dal fuoco letale di Xerath, spuntavano gli abitanti di Vekaura. All'inizio avanzavano in pochi, poi in piccoli gruppi; sbattevano gli occhi al contatto con la luce del sole, meravigliati da quel miracolo.

Nasus fece un piccolo cenno col capo e disse: “Shurima ti ringrazia, Taliyah.” Poi si girò e si incamminò fuori dalla città.

Il resto di Vekaura era ritornato al guscio desolato che era quando Nasus si era avventurato l'ultima volta. Mura cadenti, fondamenta distrutte e blocchi di colonne che sembravano alberi morti in una foresta pietrificata. Aveva già visto rovine come questa prima di allora; dopo la prima battaglia combattuta con Xerath, che segnò la caduta di Shurima. In passato, il senso di colpa lo aveva portato ad allontanarsi dal mondo, ma non avrebbe fatto lo stesso.

Xerath aveva descritto Renekton come una bestia desiderosa di sangue, ma Nasus conosceva suo fratello meglio del mago. Xerath aveva conosciuto soltanto il mostro che Renekton era diventato, dimenticando il nobile guerriero che c'era dietro. L'uomo generoso che aveva sacrificato la sua stessa vita per suo fratello; il guerriero che aveva, per sua scelta, sacrificato ogni cosa per salvare la sua terra da un traditore. Xerath aveva dimenticato tutto quello, ma Nasus non l'avrebbe mai fatto.

Se Renekton fosse in vita, una parte di lui ricorderà sicuramente l'eroe di un tempo. Se Nasus riuscisse a sfiorare quel lato di suo fratello, allora potrebbe tirarlo fuori dal pozzo della follia. Nasus aveva creduto per tanto tempo che un giorno avrebbe incontrato Renekton, ma con l'immagine fissa che quell'incontro avrebbe visto la morte di uno dei due.

Ora la pensava diversamente. Ora aveva uno scopo. La stirpe di Azir era sopravvissuta, quindi c'era ancora qualche speranza.

“Ho bisogno di te, Renekton” disse. “Non posso uccidere Xerath senza il tuo aiuto.”

Davanti a lui, il deserto chiamò il suo nome.

Davanti a lui, le sabbie reclamarono Vekaura.

FINE

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